Raffalele Romano Giovinazzo

Vita, morte e miracoli

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RAFFAELE ROMANO GIOVINAZZO

Vita, morte e miracoli


Quando un poeta ci lascia è sempre un momento terribile, una perdita unica. Ad un anno dalla scomparsa di Raffaele Romano Giovinazzo, ci piace poterlo ricordare, studiare, riscoprirlo soprattutto come comunità, perché i poeti appartengono a tutti, i poeti riflettono la coscienza e danno “voce” alla comunità a cui appartengono e Raffaele Romano Giovinazzo ha dato voce a Cittanova e continuerà a farlo con i suoi libri, con il suo pensiero colto e come memoria storica lo ricorderemo.

Proponiamo per il 12 marzo 2010, giorno del primo anniversario della morte, una lettura della sua opera attraverso un recital preparato per l’occasione come un busto commemorativo e l’allestimento di una stanza della memoria, una mostra, presso la Biblioteca Comunale di Cittanova, con suoi libri, gli effetti personali, i memorabilia che lo ricordano quanto i suoi studi, i suoi articoli e le testimonianze di quanti lo hanno conosciuto e di quanti lo conosceranno.

 

 

MOSTRA MEMORABILIA

“Sèrbane memoria”

La mostra sarà inaugurata il 12 marzo 2010, come celebrazione dell’anniversario della morte, con una conferenza in ricordo dell’opera e della vita dello scrittore e con la partecipazione della sorella che svelerà, alla presenza di studiosi e amici un busto commemorativo. Per le biblioteche delle scuole di Cittanova, verranno consegnati ai rispettivi Dirigenti scolastici, le pubblicazioni dell’autore che la famiglia intende donare.

Allestimento dei libri e memorabilia (articoli, ritratti, foto, video, audio ecc.)

 

 

BUSTO COMMEMORATIVO

Raffaele Romano Giovinazzo

In ricordo dei grandi uomini e personaggi della storia si erge un monumento, una scultura, un busto.

Anche Raffaele Romano Giovinazzo merita la sua figura plasmata in ricordo per le nuove generazioni. Il giovane scultore Giuseppe Guerrisi lascia in dote al ricordo del poeta, la propria creatività con un busto commemorativo, omaggio a Cittanova.

 

 

RECITAL VIDEO-TEATRALE

RAFFAELE ROMANO GIOVINAZZO
Vita, morte e miracoli

Un reeding video teatrale per parole, opere ed omissioni

Sul palcoscenico un fondale video mostra immagini, scritti autografi, memorabilia, frammenti di memoria, di vita vissuta.

Sotto due punti luce si avvicendano giovani lettori, per una scelta di frammenti dall’opera di Raffaele Romano Giovinazzo, e alcuni amici che lo hanno conosciuto, con una serie di testimonianze, ricordi, aneddoti ancora vivi nella memoria. Il risultato vuole essere un’istantanea nella delicata, colta e profonda opera, ancora poco conosciuta, di un poeta e scrittore prolifico.

Tematiche intime e letterarie per una presa di coscienza che i più giovani dovrebbero conoscere attraverso una lettura teatrale particolare, originale, pensata per ricordare, coinvolgere e ritrovarsi intorno all’opera di Raffaele Romano Giovinazzo.

Saranno invitati a partecipare gli studenti delle scuole cittanovesi e degli amici di R.R.G.


Note di regia

Pensatore eclettico, poeta, scrittore, saggista, cittanovese di nascita, figlio del mondo per vocazione. Di lui ci rimane il ricordo di una figura particolare, irreprensibile, veemente. Nei suoi scritti il lascito di una memoria da custodire.


selezione testi: Carmen Ieracitano
musica originale
: Girolamo Deraco
flauto traverso
: Elisa Santacroce
strumenti tradizionali
: Mimmo Morello
aiuto regia e video
: Salvatore Insana
allestimento, video e regia
: Nino Cannatà

editing video: Progetti Digitali
coordinamento
: Rocco Zito
ufficio stampa
: Pasquale De Pietro
organizzazione e produzione
: Villanuccia

con il sostegno del Consiglio Regionale della Calabria
e
dell’ Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria
con il patrocinio del
Comune di Cittanova


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POESIE


da  “Caldi mari del sud”:

PRIMAVERA

Sera di maggio che mi assali
col vento di vallata.
Folle sentore di fradicio,
vento schiumoso,
palpitare di fulmini
e radici: Primavera!
Folle tra le canne
Vento di maggio
che mi assali,
appannato,
mentre dall’alto del terrazzo
mi tuffo in fantasia
nel culto antico
della Primavera.

SINCERAMENTE TUO

Rosario di parole senza senso
questo tuo strano amore,
questo cercarsi inutilmente
per poi lasciarci
e ritrovarci ancora
per un nuovo, sgranato
rosario di parole senza senso.
Ma ormai lo sai,
la frivola parola di ogni addio
più non mi incanta.
Sorvegliate parole
mi insegnano a star bene come sto
e non ti cerco
e l’orecchio non pongo
all’eco
dell’ultima parola senza senso.

PASSEGGIATA ALPINA

Nell’insonnia ripenso alla foresta,
alla tenda da campo sul confine,
alla croce col Cristo in cartapesta
quando, finita la fatica a sera
e scelto qualche fiore tra le spine,
ci fermavamo a dire una preghiera.
Io sull’attenti, con il capo eretto,
tu con gli occhioni dolcemente chini
e le mani congiunte sopra il petto.

Ampia,  distesa serena la fronte,
mentre il vento giocava con i pini
e il sole scompariva all’orizzonte.

Fu allora che guardandoci nel viso,
poveri analfabeti della fede,
ci parve cosa vera il paradiso.

STORIE D’AMORE

Un giorno se avrò tempo,
se un poco solo mene avanzerà,
racconterò dei figli concepiti
alla catena di montaggio,
delle storie d’amore nate
sui traghetti di Stato
dei caldi mari del Sud.
Lo so, sono storie amare
E un po’ scontate;
storie di Maddalene
che potrò raccontare senza rime
solo ai robusti Cirenei,
volontari pietosi dell’amore.

NEMMENO TU SOLITUDINE

Nemmeno tu puoi fermare
il mio modo di essere
filatore di zucchero alle fiere,
il mio inseguire pallidi amori
bruciati dalla sera che frana
sull’astratta verifica dei sogni,
il mio rifiuto dell’infinito
e dell’eternità per stare tra le cose,
mano sofferta stretta ad altra mano.
Nemmeno tu puoi farlo,
solitudine scavata del mio cuore.

SERA

Così ogni sera
la pietà del sonno
spegne il divagare.
Cala il sipario
e va l’anima stanca
tra pianeti e stelle.
Battito d’ala
nell’immenso cosmo
come fanciullo
in cerca di conchiglie.

L’ADDIO

Di certi addii pensati
in un momento
sun’altalena incauta
di botte e di risposte,
non chiedere una logica parola
al poeta indignato

Finisce per confondere la notte
le cadenze abituali,
gli usati umori
e intanto che sfiorisce la domanda,
resta il poeta l’albero più alto
sul quale stranamente
insiste il giorno.

SOLO LE PIETRE

Vorremo riscoprirci
bimbi trasparenti
raccontati per fughe deliziose
tra le vigne:
lo scatto, il punto di partenza
a ridosso del muro della casa,
l’arrivo sulla sponda
del ruscello tra le pietre.
Ci ritroviamo invece assediati
da frammenti di vita
quasi sempre notturna, sempre grigia.
Produciamo parole fascinose
per vivere momenti necessari
giacché difficilmente invecchieremo,
reclusi e separati
dagli argini
che ingombrano lo spazio.
Nel vecchio muro la prima crepa
spacca un’altra crepa
e mille crepe.
La prima e quella conclusiva.

Si rinnova la vigna
e l’acqua del ruscello,
solo le pietre sono sempre pietre.

IL TEMPO SBAGLIATO

Ma sì che credo!

Credo nella notte
vestita di veli scuri
e di stelle splendenti,
nel giorno che ammassa i veli
all’ombra delle colline ridenti
e spegne le stelle lucenti.
Al bambino che cresce
cibato di comode fiabe
inventate da padri civili,
alla donna paziente
che insiste nell’amore perdente,
nella noia dolente.
Nell’uomo deluso
e confuso, credo.
Credo nella malinconia d’essere nato
involontariamente
datato con numeri errati
sotto il segno dei pesci
fuori dal tempo voluto,
figlio anch’io, come te,
dell’amore perdente,
della noia dolente.

PIU’ A SUD

A sud,
molto più a sud d’Italia,
è la mia patria
terra di Calabria
là dove si muore.
Pietra di mare
e sabbia di montagna,
nuvole accese il giorno
sulla vigna.
Grappoli di case
con tegole rimosse,
( casupole piccine a piano terra
o un vano sopra l’altro
per strade verticali)
oblique case sfatte
strette tra un duomo,
una banca e un cimitero.
Gli uomini? Sono a nord,
poco più a nord
del nord dell’Italia.
Tornano a casa
quando brucia agosto:
un giorno al duomo,
un altro al cimitero,
un salto allo sportello
della banca.
Molto più a sud d’Italia
è la mia patria
terra di Calabria.





da “Passaggi”:

DOMANI

Non serve la pagina piena
ad allungare il giorno.

La notte fa ritorno
puntualmente

e si svena rabbrividendo
sull’ultimo rigo
che ho in mente.

Domani, è solo un nobile impegno
per il tempo già perso,
oh accorate campane,
oh quiete fontane
dell’universo.

L’IMBROGLIO

Sarà domani raccolto come olio
in gore di maiolica,
ma pure come foglie di ontani
ombrosi o rosse more di gelso
il debito del passaggio
per la porta spalancata
della vibrante fatica.

E sarà la verità che conta,
strappata a tutti i giorni di Dio,
all’insaputa degli uomini
parsimoniosi.

Guarda queste mani che battono
I muri delle case vuote,
le risposte che tardano, ascolta,
e le croci abbattute.
Presente sempre la sorte
vedrai quale dura impresa
sia stata disciplinarsi
a curare quest’imbroglio.



LA MADRE TERRA

Al gemello di me è accaduto tutto secondo
i patti stipulati con gli avi dalla madre.

Sufficienti once d’aria pulita e macchie
di lentischio hanno riempito il vuoto
dell’estenuante giornata, e le parole
nelle nuvole del silenzio prezioso,
rubando il tempo minimo con perfetto
riguardo all’idioma antico.

Al suo gemello, le cornici di rame
con i fiori stampati ad onorare
una stirpe di emigrati e di briganti,
e il cesto ingombrante della storia
nell’archivio dei valori e del buonsenso.

E l’uno e l’altro, i gemelli, appaiati, ebbero
tutte le donne madri per certi versi,
e in altre circostanze solo la terra.

VENTO

Il vento ha strappato l’ultimo foglio
della cronaca. Tra le dita resta
la disapprovazione e il diniego.

Può succedere che questa provvisorietà
giunga al seme della nascita
e scopra l’essenza dell’angoscia
imparimenti cresciuta nello spazio.

Se tutto ciò ha importanza, è bene
che al vento venga concesso il largo
respiro acrobatico che abbatte
gli ulivi e carica di grossa pioggia
le nuvole, sgombrate dagli ozi
della lucente stagione dei mandorli.

LUCCA

La città dove le querce svettano
sulla torre e le mura spezzano il cielo,
ha i piedi d’argilla.

Andiamo insieme dove gli angoli bui
si accaniscono di apprezzati brusii,
accompagnati ai turisti che si muovono
con passi spenti ai limiti della noia.

Nella casa di Puccini si lamentano
in sordina le fanciulle del West
e noi ripensiamo tutti i rimorsi,
qui, dove nessuno può mettere in dubbio
che il silenzio esiste e la sera
è feconda magia.

CARNEVALE

Si conclude la breve rappresentazione.
I burattini scendono tra la folla
con incredibile coraggio e sparano
lucentissimi coriandoli di stagno.

Leggero come la neve è il ricordo
di te che non sa dove posarsi
e si scioglie senza rumore.

Addio, allegria dei vini travasati.

Il gioco dei bimbi ha la pelle liscia
e un riso di pietre colorate.
Il resto è un risultato tecnico
completamente inutile.

SOSTA AD ABANO

Rose straordinarie muoiono
in tutti gli angoli dei giardini,
l’aria ha un corpo di vento tiepido
ed i viandanti passi leggeri.

Presto, così consolati
dalla sosta in questa città,
scorderemo tutte le strade battute
oltre le frontiere di maggio.

In un movimento di fanciulle,
rammentiamo il sogno enigmatico
che ci invitò tra le orme
cancellate dalla pioggia
che crollò nel silenzio, senz’eco.

Dacché era bello, dacché piovve, a quel tempo.

NOVEMBRE. SONO FREDDI I PONTI

Novembre. Sono freddi i ponti
di granito sul fiume della città,
i segreti delle strade e delle case,
le notti di ametista.
In Piazza della Libertà,
a mezza voce, scambio in lunghi silenzi
con l’azzurro di un cielo
troppo azzurro per gli occhi.

DI GIORNO NEI CAPELLI BIONDI DI UN RAGAZZO

Di giorno nei capelli biondi di un ragazzo,
il vento osa con grazia di minuetto
un concerto all’aperto.
Dentro il mio cuore, indivisibili anni
viaggiano per spazi siderali
dove il mistero lega gli uomini alle ombre.

QUEL PIACERE DI POSSEDERTI

Quel piacere di possederti,
donna di un’altra donna,
chiaro riflesso d’almandino,
vive nel quieto giardino
dove oggi raccolgo
anemoni così fragili
che i petali cadono tra le dita
come fiocchi di neve.

da  “Scarto d’Ombre”:

E LA NOTTE CORSE

Sopra di te la notte armando  i ferri
di guerra morse feroce. Si può morire
con tutti i tesori accumulati o dispersi.

E’ un battere di ciglia della coscienza.

Questo dice il vecchio elemosiniere
che fece scempio del cuore, scardinando
i cancelli tra il Mesima e il Petrace
nella conca delle dolci arance.

Gli angeli schioccano la frusta sulla biga
che ti conduce oltre gli oboli e i muli,
piccola creatura poggiata sul mio palmo
di terra come un filo d’erba.

E la notte
corse sopra tutte le cose, e tu sei tutte le cose.

TRAMONTO

Rincorrendosi tra le crepe dell’aia
quei cani devastarono il formicaio
inerte, aperto alla volta del cielo.

Poi corsero tra le file del granturco,
saltarono il fosso dell’acqua e, in un lampo,
nascosero la loro infame giornata
tra le spine della corona di Cristo.

Misericordiosa scendeva la notte
sulla testa degli uomini e sulle bestie.

UN ANNO NUOVO

Un anno nuovo, mai così davanti
a tanti altri anni, raccontato.

Il fatto miracoloso del tuo
respiro non si celebra. In casa
resiste un fuoco acceso a ristupirmi
di vecchie favole. Un nido rovina
al soffio delle selve e immacolato
un pigolio di rondine si avverte.

Sai che devi smettere di piangere,
uccellino. Ti ordino di dormire!

IL SOPRAMMOBILINO

Il mio coniglietto di cristallo ha i baffi
d’oro e gli occhi neri; due efficaci spilli
senza tanta dolcezza ma intanto allegri.

Ho sempre desiderato un coniglietto
di cristallo, magari con gli occhi rossi
ma che fosse di cristallo di Boemia,
che venisse da Praga dichiarandosi
ebreo e fosse fragile come Kafka
e come lui teneramente mi stupisse.

OMBRE ESTIVE

Ora accompagno la luna. Mi muovo
rigoroso nel vaso d’ombre estive
del balcone: libertà non goduta

di annosi ulivi e sassi; rose bianche.

Mi riduco memoria senza voce,
sempre più smagliante silenzio attorno
a cose minime. ( Che sia così, non
altro!) Dico: ti vedrò, nel vederti?

Restituirti dolente figura
al tempo anteriore alla placenta
mi assilla. Dia altri anni, aggredito
sogno, la tua sconfitta ti trascina

spenta cenere allo scoperto.

NOTTURNO

Le tue mani, nell’ombra, le conosco
e la luce sfocata che disegna
sulla strada i dettagli assoluti
dell’albero dove un poco sostammo.

La tua voce nell’ombra, la conosco
estrema in ciò che dice, tu assente,
sotto un cielo qualsiasi, superstite
testimone sulla vicenda umana
che non esiste già se non stupore.

Né uccelli, né angeli intorno o voli
di altri spiriti; oscurità completa.
Né si immagina suono che provenga
da quella casa dove appena ieri
si suonava Chopin senza tristezza.

DILEMMA 1

Non siamo mai stati soli, uomini
avari e suonatori di chitarre
ci hanno accerchiati. Il nostro viaggio
restò ignoto a noi stessi. Elementare,
breve, non ebbe il tempo di mutare
il dolente suono dell’esametro.

Per contare sillabe sparse vale
la pena insistere d’essere nati
poeti per navigare l’ignoto?

RELAX

E a un dato momento qualunque uomo
fradicio di pioggia, disteso su tutte le terre
nere di tutte le mappe dell’universo,
può gridare: Dio non ti riconosco in nessuno
elemento; vagamente, forse, nella pioggia
che inzuppa i miei panni e fracassa le ossa.

QUEL SACRO RANCORE

Voi chiedete che a tutti io risponda
con garbo, madre, e non palesi stupore
alla festa di un bimbo che gioca
stropicciando i miei giornali.

E’ tanto che non porto una rosa
sulla Vostra tomba  e mi pare
assolutamente giusto il vostro rancore,
il Vostro santo rancore.

Non chiedetemi altro! Verrò a trovarvi.

Vi porterò tutte le rose del mondo.

da “Cose Minime”:

FUORI DAL RECINTO

Rapinato alle stoppie, un seme cresce
nel posto dove il vento l’ha portato.

Se un ordine esiste, tu lo cerchi
nel recinto seminato a trifoglio
dall’esperta mano del giardiniere.

Pensi al sistema delle stelle, al passo
delle stagioni, al secolo fluito
puntualmente nel giro di cent’anni.

Non all’erba che cresce nella crepa
di un muro all’angolo della piazza.

Di me, allora, come di quest’erba
disordinata  esclusa dal recinto,
e di qualsiasi seme che ha trovato
rifugio nella ferita di un muro
per un tempo che niente ha definito,
senza pudori sèrbane memoria.

INDIFFERENZA

Qualcuno chiamò nella notte,
qualche altro rispose. Chi udì
non riferì a persona, straccio
di fatto che avesse senso finito.

Si disse di un poveraccio
deluso dal miraggio di un pane,
di una fanciulla e di un maschio
sorpresi da un desiderio adulto.

Altri, vicini al tumulto del vico,
si dilungarono a raccontare
d’un uomo di poco coraggio
aggredito e rotto da un insulto,

di una donna di rango, sconvolta
da un soprassalto della coscienza.

A me, che tessevo sogni, ogni versione
tornò indifferentemente propizia.

DIVERSITA’
A Silvietta S.

Tanti libri, qualche foglio di carta
per  registrare con occhi bendati
le invisibili parole del vento.

In tutt’altra atmosfera una fanciulla
affacciata al poggiolo si compiace
che di lì passa un uomo e lancia un segno.

Ci separa il tempo di una saetta
e il destino di molti disertori.

Il suo orizzonte è un oceano di sole.

Io resto in un recinto di vanità
inutile  a raccontare il buio.

Lei è più vicina alla fiaba, io corro
di ragione in ragione alla dimora
dell’ignoto impulso primigenio.

UN ALTRO CIELO

Siamo in procinto che nevichi.

Fra poco, senza clamore,
tutto sarà bianco.

E il cielo più basso.

Senz’ala di corvo.

INCONTRO

Non so di che parole
ho riempito la stanza.

Un volo d’uccelli, un canto
di usignolo alla crescente
luna dietro il bosco.

Non lo so.

Inseguivo dappertutto la tua bocca.

Un ciclamino che dovunque stesse
lo investiva la luce del giorno.

NATALE

Cristo esita sulla porta dei poveri
sprovvisto dei pani e dei pesci.

Sulla sua condizione di vinto
esita il mio cuore incerto.

Sempre più cauta, la luce del giorno
Filtra tra le verghe dei tigli.

Soffici distese di neve, comete
e disegni di Magi sulla carta.

Un fiore prende aria alla finestra.

Din, don, dan.

Ho cento anni e passa.

LA LUCCIOLA

Il lutto della sera, quando tremano
i pioppi e il fiume  si sgonfia quanto
il ventre della gatta che ha partorito
in un sol colpo tutti i suoi gattini,

è sorpreso dalla luce di una lucciola.

Alla maestà del mistero questa poca luce
è sufficiente, forse ne avanza.

La tempia seconda il cuore e torna all’opera.

I FALO’ DI SETTEMBRE

Si andava tutti di sera dietro
le ultime case dove gli orti
degradavano alle vigne d’oro.

L’aria già profumava di sorbe
quando si dava fuoco alle canne
del granturco e alle male spine.

Non sapevamo di assecondare
la terra prossima alla stagione
dei geli e delle morte nebbie.

S’accendeva un fuoco provvisorio
solo per starci intorno e bruciare
il tempo infecondo della notte.

Con l’arte dei maschi contadini
si misurava il nostro primo destino.

A loro era il raccolto di pane
a noi il gioco della fiamma.

LEGGENDO BORGES
A Rachele

Vi presento la mia dolce sposa.

Colei che non attende risposte
ed ha allarmato il tempo scandaloso
della mia inquietata vecchiezza.

Colei che appare e scompare e presto
del poco che resta celebrerà,
a me postumi, giorni suoi desolati.

Eccola nella sua veste di seta,
con la collana di perle e gli anelli
di smeraldi verdi e rose di Francia.

Ossessionata di piacersi ancora,
eccola, qualche anno prima che io lasci,
sillabare ai salici le preghiere
ed i riti della salute cristiana.

Ella ripete col poeta straniero
che è nostro solo ciò che è morto
e rievoca nello specchio il dramma.

Così che tutto è interrotto.

Anche ciò che la sorte insonne
infrange e sotterra.

I MIEI PANNI

Non vestitevi dei miei panni
nemmeno nei rari momenti
di felicità. Ogni piega
nasconde un tranello. Tra i buoni
sono ammesso solo di rado
per autocertificazione.

Tra i cattivi spargo  litigi
per metterli a loro agio.

Nei miei panni stareste male,
vi trovereste impigliati
in una grigia ragnatela
di equivoci e di dubitanti
momenti di registrazione.

Non  vestitevi dei miei panni
com’io non mi vesto dei vostri.

Amiamoci nei nostri stracci.

Unica cifra di confronto
tra noi e il resto del mondo.

NOTTI DI LUNA

La luna pencola sul tetto
del bimbo buono del quartiere.

Esclude tutte le altre case.

Che essa vaghi lentamente  
per il cielo, più piccina
o più grande, bella ed insonne,
dai Gemelli al Sagittario
è un garbuglio scientifico
al quale si deve credere.

Intanto pencola sul tetto
di quella casa. Il bimbo dorme
e nel suo orto il melograno
cola rubini alle civette.

LEGGENDO LORCA

Stasera un altro dilemma.

Chi carica l’orologio dell’anima
tic-tac, tic-tac,
quale mano imprudente
osa misurare il suo tempo?

Dateci la speranza
da conservare in una bandiera.

Non abbiamo più forza
per risalire il fiume.

Ci hanno puntato contro i fucili.

E qualcuno, impudente,
non vuole che si sappia.

da “La qualità del peccato”:

ATTO DI FEDE

Io sono il vagito di colui che nacque
e si nutrì di latte d’asina
con un centesimo al giorno.
L’orfano del seno.

Sono la spalla che sprofondò l’aratro
nella ruggine del bosco, lo stormo
di passeri sul poggiolo fiorito,
la rosa nella cesoia del villano,

il garzone che sorveglia la mandria,
la spina nell’arancio, il bordello
aperto ai marinai di ronda.

Mi troverai ovunque il buio rallegra
I condannati che non si dannano.

ARIA DI MARE

Aria di mare mi corre incontro,
mi trascina con sé dove decide
di battere il tuo cuore.

Lei sa tutto di me. A raccontarlo io
il pensiero s’ingorga. Leggi,
spalanca gli occhi. La grazia
del peccato ti illumini, amore.

DAL VANGELO SECONDO MIA MADRE

Poi, un uomo sciancato dai rovi,
tanti uomini stanchi del cammino,
tutti quelli segnati dalla fatica,
percorso il tempo dovuto
e annullato lo spazio
che separava le zolle dalle stelle,
giunsero al mistero dell’amore
disvelato dal sacrificio di un filosofo.

“Eccoti il mio cuore – disse l’uno,
e l’altro: “Eccoti la mia mano”.
E si ebbero in cambio la parola,
riconobbero il loro stesso spirito
specchiandosi l’uno nell’altro.

E la parola fu seme indulgente,
e i campi d’erba si offrirono al vento,
sbocciando altro seme, giacché il mistero
aveva perdonato l’assenza e la lontananza
e ora quegli uomini, tutti insieme,
parlavano d’amore, senza incertezza.

AL CIRCO

Dove nessuno s’avvicina
Vivono vecchi leoni assonnati.

La frusta schiocca lacerando
i cerchi dell’aria e si quieta
senz’anima nella polvere.

Chi si muove nel cono di luce
divaricando le gambe,
si allaccia alla luna
aquilone sopra gli occhi
di fanciulli stupefatti.

Dalla panca leggo un prodigioso
disegno di uomini e di comete
andare verso l’approdo dei desideri.



CONSERVAZIONE

Per  tutte  le  volte  che  ho posato la mano sulle   parole
cadute come bianchi cristalli sui vetri delle finestre – per
le volte che abbiamo scommesso  –  vinta e perduta  -  la
notte – giocando con l’ombra dei muri, riso per tempo  –
del tempo – per tutte le volte che il tempo – ci ha ferma-
ti  -  storditi  –  drogati  –  per  gli  aggettivi  sottili – di un
attimo prima -  per i silenzi di dopo – e le stelle scontate
-incantate – contate – imparate a memoria –  per i treni
perduti – i voli annullati – le strade intasate – Per tutte le
volte che ti ho cercata – trovata –  lasciata  –  per questo
gioco  cieco   -  bieco   –  di  animali  abbagliati  dal  buio –
nella città della bora – per il tempo perduto – davanti alle
statue vestite di sole – sudate – per  le  giornate  d’acqua
che  filava  nell’ aria  la  sua  geometrica  trama  –   per  la
pagina saggia – gialla e tarlata  –  lanciata nel vento -  per
le nostre mani – strumento per  mille espedienti  – per  il
fiore  strappato  al  cuore  duro  di  un  muro  scuro -  per
qualche parola in più – per qualcuna di meno  –  il tempo
del nostro universo s’è perso – Per  tutto ciò  ti  ho  salva-
ta – incartata in un libro – spedita  –  senza  ritorno – sul –
l’arco più giallo dell’arcobaleno più bello.

AZZURRO INTENSO

Guardami.

Strappa la tela di ragno
dalla tana degli occhi,
le radici d’edera
che smorzano la parola
in bocca, e guardami,
isola che ero di un mare
rosso.

Raccogli le residue conchiglie,
hai mani così belle
che ti conducono da sole
tra la sabbia lucente,
e fanne corona attorno al collo,
principessa contesa dai tiepidi venti
della primavera che ha cancellato la notte
e giorno dopo giorno avanza,
sole e luna alternando,

e azzurro intenso.

NOTTURNO

Siedi accanto a me sul terrazzo.

Tra le pieghe della notte i gerani,
sedotti dai nostri propositi,
ci daranno allegria.

Non è più tempo di ferocia:

ho solo due mani che sfogliano
un libro di complicati esercizi,
per dettarti in poche parole
il bene.

Ho un cuore d’acqua sorgiva:

uccelli notturni si dissetano
prima di tornare alle torri
della città che dorme.

Vieni, il cielo è una lavagna
scura, che illumina
solo i cimiteri.

CONFUSIONE

Faticoso peregrinare di uomini
tiene desta la notte.
Il fiume corre in senso contrario
al suo corso normale:
s’allontana dal mare e scala
la montagna.

Dove annega il profilo della luna?

Disperata e sacrilega
si è fatta la memoria.

Nella confusione,
sciogliendosi in nebbia,
s’arresta il respiro.

ENIGMA

Tutto è rimasto intatto.

Anche l’uscio di casa
e il fico selvatico
nell’anfratto.

E’ successo che l’erba,
gli alberi e le faraone,
i chiodi e le travi,
come in una fiaba,
si siano nutriti per decenni
dell’urina dei caproni,
della calce e dei semi del cielo.

Al cospetto do queste scoperte,
mi dà ombra la tua bellezza.

Neanche fosse il domani,
m’affatica il ricordo,

l’idea di penetrare il cuore
di una favola incerta.


LA VOCE

La voce che ti chiama
non è mia, è l’eco
dei nascondigli
segreti della notte.

Io sono melodia che viaggia
il giorno, modulandosi al coro
degli uccelli che hanno nido
ovunque sia l’assorto
bisbiglio di un pino.

Sono l’arpa accordata
della sera che arriva
dopo l’urlo del giorno
sospeso sulle case.

Sono il silenzio assoluto
di un cuore che non batte
e non riposa. Sono ogni cosa
che tace: il fiore, il polline,

il miele cristallizzato
nel cancro di un ulivo.

MATTUTINO

Quel filo di fumo che s’alza
all’orizzonte è un antico segnale
di pace, o un messaggio di guerra?

Io sono al mare, e ti penso.

Penso al fumo di terra
quando si alza come un velo d’organza
e si ferma dondolandosi nell’aria
all’altezza dell’anca.

VITA DA CANI

Nessuno è più felice dei cani
Che, all’alba, ti annusano
fresca ancora di sonno,

e del gatto che lisci con cura
mentre inarca la schiena,
strusciandoti la coda sui polpacci.

Nessuno è più felice della caffettiera
che ribolle inondando di buoni odori
la cucina. Sono le otto di mattina.

Alle otto di sera come è triste
il gatto che ti attende invano
sonnecchiando sul divano,
come son tristi i cani
che ti aspettano sulla porta.

Fuori pive. Come piovve a Gabriele.

Piove sulle tageti assetate,
sui fiori del fico, sulle ortiche
del fosso. Piove sui semafori spenti,
sulle strade asfaltate,
sulle macchine in corsa.

Piove sul mio ombrello chiuso,
sulle scarpe griffate comprate
al banco di un marocchino.

Piove sui cartelli pubblicitari
sulle mani nude e gelate,
sui rari capelli mesciati.

Non piove sui cani. Piove sul tetto
della malinconia che m’assedia.

Non piove sui gatti. Piove sul gas
dei fornelli e sul bricco del the.

Piove sulle parole del libro, ricco
e promozionato, piove sul foglio bianco
che lo spirito stanco ha stracciato.

DORMIRE

Scade agosto. Mi telefoni dal mare
a un’ora che il sole se n’è andato
e s’ode il borbottio della risacca.

Ho un verbo che uso quando è notte
e il salice si arrende ai chiaroscuri
della mezza luna: ignorare.

Dormire abbandonato in una piazza,
tra due macchine in sosta,
o in un sentiero di montagna
tra i daini e le stelle alpine.

Dormire un sonno senza sogni, magari
alla periferia del tuo mare, sulla sabbia
che si lascia rapinare dai corsari,
o nel fondo di una barca con le vele
di cartapesta e il timone di sambuco.

2 NOVEMBRE

Cade il giorno nel pantano, se il vento
ingombra di nuvole il cielo, cade
la notte, se le stelle si spengono
nell’alone ametista della luna.

Raccolgo un giorno vestito di nero,
una notte truccata da corsaro.

Parce sepulto, mater. Pace a voi,
generosi dubbi della ragione.

O HO, O HAI, AHINOI

Lo so.

Tu la mia patria
non sai
dove sia.

Sto solo,
in un punto ammaccato
da un polo.

La casa
di semi oleosi
pervasa,
il letto conteso
da spose.

Tu hai
una flotta di barche
di carta
e puoi
ritrovarmi, ma ora.

O giammai.

Ci stai?

BABILONIA

Il mondo è la parola,
che cammina, il percorso
stesso della parola.

Distratta dall’eco, la parola
inciampa e precipita
a Babilonia.

Che, di sale, s’arresta
guardando indietro
sente prossimo l’urlo.

Ora la parola è urlo
che frantuma i cristalli
del giorno.

Il giorno è ai nostri piedi,
frantumato dal ricordo
di Babilonia.

La parola si ostina:
va scalza e nuda. L’urlo
si posa nelle vene,
tocca il cuore del cielo
e si spegne.


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BIOGRAFIA


Raffaele Romano Giovinazzo nasce a Cittanova il 29 febbraio 1932, sotto il segno dei Pesci. Per esigenze burocratiche, come molti bambini del tempo, è dichiarato all’anagrafe il 2 marzo. Trascorre la prima parte dell’infanzia, prima che la guerra sconvolga i destini del mondo, nel paese natio con la madre Carmela, l’amatissima sorella Caterina, detta Tita, di due anni maggiore, e i nonni. Il padre, prima esule politico in Francia poi di sua volontà rimastovi, lo incontrerà solo una volta, all’età di 18 anni. Nel 1940, la preoccupazione di donna Carmela per gli oscuri presagi incombenti e i dettami del regime indirizzano Raffaele e Tita ai collegi toscani di Firenze e Tirrenia. Da questi entrambi faranno ritorno a Cittanova, in un universo sociale e, con la morte degli adorati nonni anche familiare, completamente cambiato, soltanto nel 1945. Raffaele si iscrive al Liceo Classico, si diploma, rifiuta in seguito il proseguimento degli studi presso la facoltà di Giurisprudenza di Messina a cui è indirizzato dall’avvocato presso il cui studio comincia a fare pratica. E’ chiamato alla leva militare nel 1954, dopo aver tentato senza successo l’entrata nel corpo dei Carabinieri, che compie nella caserma di Cuneo. Dopo il congedo definitivo, avvenuto dopo un richiamo, all’epoca non anomalo, nel 1956, torna a casa e comincia ad occuparsi delle proprietà di famiglia, terreni a vocazione olearia di discreta produzione. Pur amando la terra e il lavoro agricolo, il giovane Raffaele è però un animo inquieto e scosso da molte passioni: dalla politica, che sceglie di interpretare sotto il simbolo dell’edera repubblicana e che lo vedrà occupare un seggio in consiglio comunale per due volte, all’astrologia, che studia e pratica con convinzione scientifica. Non ultime letteratura e poesia che comincia a comporre all’età di 16 anni ma che pubblicherà per la prima volta nel 1982. Il denaro è per  lui non qualcosa da accumulare in vista di tempi bui bensì un mezzo da acquisire e subito spendere senza riserve nei  frequenti viaggi, soprattutto nell’indimenticata Toscana e per la precisione tra Lucca e Firenze, dal carattere altamente godereccio, quasi a voler ricalcare la tradizione bohemienne  degli artisti più amati, Kafka, Borges, Pavese, Flaubert, che caratterizzano gli anni ‘60 e ‘70 del nostro. Innumerevoli le presenze femminili, i cui tratti spuntano qua e là nelle diverse opere. Una emerge su tutte: quella Rachele che, in procinto di dargli un figlio, cambierà idea all’improvviso, e mandando tutto a monte, imprimerà una svolta e una ferita mai rimarginata nella vita e nel cuore del nostro. Nel 1982 esce “Caldi mari del Sud”, prima raccolta di poesie. Nel 1986 viene a mancare l’adorata madre e per avere, con “Passaggi”, un seguito bisognerà aspettare il 1987. Ma è nel 1993 che il poeta compie l’opera omnia intitolata “Scarto d’ombre”, con la quale l’anno successivo ottiene il prestigioso riconoscimento del premio Anassilaos per la poesia in lingua. Col passare degli anni l’inquieto Raffaele, pur mantenendo un carattere forte e autoritario, capace di incutere soggezione, ma anche di far sorridere per un certo non so che di fanciullescamente indisciplinato, si trasforma in un signore più posato. Smette di viaggiare senza posa, smette definitivamente di bere negli anni ’90, non smetterà mai di fumare. Anche la sua opera si trasforma: diviene più frequente e assume forme diverse e meno immediate della vena poetica. Si scopre in lui uno storico meticoloso e un saggista raffinato e ironico che, su commissione della BCC di Cittanova  scrive nel 1995 “Cittanova, la vita economica e sociale_La Cassa Rurale Artigiana”, e per il comune di San Giorgio Morgeto nel 1997 “San Giorgio Morgeto dalle origini ai giorni nostri”. Tra i due, nel 1996, un altro intermezzo poetico “Cose Minime”. E  un abile prosatore, con una capacità di racconto che pur  privilegiando il dettaglio non affatica né confonde il fascino della trama d’insieme, emerge da “La cantina di Rigoberta” del 1997 e “Il sé stante e i quattro punti cardinali” del 1999, le due raccolte di racconti. Nel 2001 a mò di omaggio ad una delle tipicità più conosciute di Cittanova, esce, acclamatissimo, un altro piccolo saggio “Lo stoccafisso tra storia leggenda e tradizione”. L’ultima opera compiuta, del 2004, è ancora una raccolta di poesie, “La qualità del peccato”. Rimangono purtroppo incompiute un’altra raccolta di racconti e un’altra opera storica dedicata ai palazzi e i quartieri di Cittanova. Gli acciacchi dell’età e di una vita che non si è risparmiata nulla cominciano a farsi sentire in maniera sempre più pesante. Raffaele Romano Giovinazzo si ritira sempre più spesso in casa dove continua a ricevere le visite di amici a cui non smette di regalare battute sagaci e anche qualche burbero rimbrotto. Lo farà fino al 1 marzo del 2009, un giorno prima del suo settantasettesimo compleanno, quando una grave affezione epatica lo costringerà al ricovero presso l’ospedale di Polistena. Qui si spegnerà, dopo un intervento chirurgico a cui il suo fisico indebolito non riuscirà a reagire, il 12 marzo 2009.

Carmen Ieracitano


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BIBLIOGRAFIA:



Caldi Mari del Sud
Ed. La Brutia, Polistena, R.C. 1982

Passaggi
Ed. La Brutia, Polistena, R.C. 1987

Scarto d’Ombre

Ed. Bieffe, Polistena, R.C. 1993
(premio “Anassilaos” Poesia in lingua, 1994)

Cittanova, la vita economica e sociale – La Cassa Rurale e Artigiana
1995

Cose minime
1996

San Giorgio Morgeto, dalle origini ai giorni nostri
Ed. GRR, R.C. 1997

La Cantina di Rigoberta
1997

Il Sé-stante e i quatto punti cardinali
Ed. GRR, R.C. 1999

Lo stoccafisso tra storia leggenda e tradizione
Ed. GRR – Comune di Cittanova, R.C. 2001

La qualità del peccato
Ed. GRR, R.C. 2004


in attesa di pubblicazione:

Cittanova: palazzi e quartieri

Tutti i racconti


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ARTICOLI e TESTIMONIANZE



RAFFAELE ROMANO GIOVINAZZO
“Il primo ricordo”

 

di Carmen Ieracitano


Il primo ricordo che ho di lui me lo porge all’angolo di Corso Italia, nei pressi dell’omonimo cinema per l’appunto, e doveva essermi sembrato proprio un attore o qualcosa del genere, all’epoca.
Io avevo tra i quattro e i sei anni e procedevo per mano a mia madre incontro a quell’uomo così diverso dagli adulti cui ero abituata,  guardando affascinata i capelli nerissimi che sfioravano la giacca bianca gettata sulle spalle con finta trascuranza, giacchè tutto il resto in lui era assolutamente impeccabile, gli occhiali modello 3-D con montatura in tinta, la mano abbronzata che scendeva a darmi un buffetto sulla guancia, come si fa con i bambini in genere e come non ho mai sopportato si facesse con me, il fatto stesso che proprio questo riuscissi a tollerare con assoluta indifferenza mi spinse a crederlo fin da subito una persona speciale.
“ Mamma, chi è questo tuo amico? “ ricordo di aver chiesto mentre ci allontanavamo pochi minuti dopo.
Mia madre, nella sua semplicità, conosce una sola forma di ammirazione che prevede l’uso di un unico aggettivo e la maggiorazione delle vocali nell’avverbio di quantità, come complemento rafforzativo.
“ Si chiama Raffaele – rispose – ed è una persona mooolto intelligente”
Ciò bastava. A me bastava che fosse diverso dagli altri  per darmene conferma, perché la sua presenza quasi teatrale rimanesse impressa a lungo nel mio immaginario infantile.
Che la persona “ mooolto intelligente “ lo fosse davvero, e invero fosse anche molto più di questo, lo scoprii molti anni dopo, ormai ventenne. Pino Fazzari, amico comune, aveva organizzato una manifestazione culturale a carattere multisfaccettato e ci aveva coinvolti entrambi. Io avevo il compito di presentare lo spettacolo musicale, lui cercava qualcuno che recitasse alcune sue poesie.
Dopo aver ascoltato la mia voce al microfono per alcuni minuti durante le prove scelse me, e non volle altri. Nonostante avessi già il mio bel da fare all’interno dell’organizzazione e non amassi particolarmente l’idea di recitare poesie, finii per accettare.
Raffaele Romano Giovinazzo non chiedeva, ma sapeva esigere in modo talmente raffinato, pur nella sua perentorietà, che era impossibile rifiutare. E così cominciò la nostra collaborazione che, proseguendo per tutto l’arco di tempo di preparazione dell’evento, al termine di questo si era trasformata in amicizia. Non amavo né gli anziani né i poeti nel pieno dei miei vent’anni ribelli e rockettari, ma avevo scoperto un signore ultrasessantenne con uno spirito più giovane del mio, in quanto più aperto ad andare incontro a qualcosa di nuovo e diverso di quanto lo fossi io, e un poeta che non aveva nulla del professorazzo spocchioso che ruminava latino dalla prima colazione alla cena, ma mi faceva più pensare a un Baudelaire o a un Rimbaud , gli autori  “ maledetti “ che nella vita avevano toccato il  fondo come si tocca il fondo di una bottiglia scolata avidamente  e senza rimorso, e che era d’obbligo adorare.
Adorai anche lui, che fu capace, con i suoi sessant’anni di gioventù, di farmi comprendere come il passare del tempo e l’accumularsi dell’esperienza non fossero necessariamente il passaporto verso la piattezza e la rassegnazione, e che seppe creare una tale cameratesca complicità da farmi osare ciò che mai avevo osato prima : fargli dare una sbirciata alle mie dilettanze letterarie.
Non era tipo da manfrine o da commenti accomodanti, lo sapevo bene. Il mio stile gli piacque, incredibilmente.
Da allora Raffaele l’ho incontrato moltissime volte, finendo per stabilire con lui un vero rapporto di amicizia, per parlargli di me come forse non avrei osato fare con un coetaneo, giacchè ogni differenza d’età svaniva nel suo brio pungente, nella capacità di accogliere e comprendere, con sguardo complice, sia malefatte che buone intenzioni.
La decisione di cominciare insieme l’avventura a ritroso nel  percorso della sua vita risale  alla mattina del due marzo 2006, il giorno del suo settantaquattresimo compleanno.
Entro nel suo studio luminoso e accogliente nel suo perenne disordine che sposa la polvere libraria alla cenere di sigaretta, l’ultimo paradiso per fumatori, in cui sono i “non” ad essere guardati  con sospetto. Lui dice sempre che metterà uno straordinario cartello ad angolo su tutti gli affacci della casa “ Qui si fuma “. Mi aspetta appunto per accendere la sigaretta con cui iniziano le nostre conversazioni. Settantaquattro anni e più capelli neri che bianchi ancora, uno stupore che mi si rinnova ogni volta. Elegante come sempre, immancabile cravatta, camicia fresca di bucato, giacca. E scarpe, lucidissime. Sono le dieci del mattino e lui sembra pronto per una cena di gala, mi chiedo come accoglierà le mie pantofole e il messaggio, a voce, che le accompagna, “ è ora di rilassarsi un po’ ” . Bene, sembra: sorride, appare soddisfatto e concorda con me che forse un’immagine casalinga meno formale, ma pur sempre di classe, non sarebbe disdicevole.
Ci sediamo, avvolti nella nostra carezzevole nuvola di fumo. “ Bene, da dove vogliamo cominciare?”
Avverto il sorriso degli occhi sotto le lenti scure,  in quella decisione di cominciare a raccontarsi c’è del narcisismo  ma anche dell’emozione, forse anche la voglia di ripercorrersi per scoprire ancora qualcosa o ritrovare ciò che si è dimenticato. “ Dall’inizio, naturalmente “.

 


 

 

Raffaele Romano Giovinazzo, poeta e scrittore

di Carmen Ieracitano


A Cittanova ha dato tanto nonostante le aspre critiche che non mancava di rivolgerle, ogni qual volta pensava le meritasse. Era così, senza peli sulla lingua, Raffaele Romano Giovinazzo, poeta e scrittore che dalla sua cittadina natia fuggiva e tornava senza requie, negli anni belli che furono, quelli di un viveur senza pari. Non si è mai risparmiato nulla, fino agli ultimi giorni all’ospedale di Polistena dove  ricoverato e in seguito a un intervento al fegato, aveva confidato di desiderare ancora una sigaretta. Difficile riassumere in poche righe la sua complessa personalità di uomo, di ex imprenditore che aveva preferito vivere senza riserve ogni minimo suo frutto piuttosto che accumulare meramente, non avendo e non volendo avere, a parte la sorella Caterina, qualcun altro per cui farlo. Di acuto osservatore politico nutrito da quell’antifascismo che aveva reso esulo il di lui padre e cresciuto all’ombra dell’edera amata e mai dimenticata del P.R.I., un partito che non è più nemmeno lui, di artista della penna così completo dall’essere capace di passare da cantore sublime di amori e paesaggi come nelle sue raccolte di poesie “Caldi mari del Sud”, “Passaggi”, “Cose minime” e il premio Anassilaos del ’93 “Scarto d’ombre” e di racconti come “ Il sé stante i quattro punti cardinali”, “La cantina di Rigoberta” e l’ultimo “Il colore del peccato”, a saggista e storico preciso e attento al dettaglio come testimoniano opere come “Cittanova, la vita economica e sociale, la Cassa Rurale Artigiana”, realizzato su richiesta della BCC,  “San Giorgio Morgeto, dalle origini ai giorni nostri” e “Lo stoccafisso fra storia, leggenda e tradizione”. Non molti giorni fa, nel corso di un convegno, la sua opera era stata ancora ricordata da Alessandro Marchese, probabilmente all’oscuro del fatto che Giovinazzo stesse lottando con la morte, in un affettuoso augurarsi di poter ancora leggere di suo. Purtroppo la morte finisce sempre per vincere, e contro Raffaele Romano Giovinazzo, classe ’32, ha vinto giovedì mattina. Da lui Cittanova ha avuto quanto ha avuto e nulla può più aspettarsi, le spetta ora il compito di rendere omaggio ad un altro dei suoi grandi. Lo farà partendo dalla Chiesa del SS. Rosario oggi alle 16.00. Venerdì 13, curiosa coincidenza per uno che fu anche un appassionato di astrologia, ma non conobbe mai superstizioni, né paure.

 

inizo pagna